Diventare EQ Practitioner: quello che l’Intelligenza Emotiva mi ha fatto vedere di me
Ho sempre creduto che il modo migliore per accompagnare la crescita degli altri sia non smettere mai di coltivare la propria. Per questo considero la formazione continua una responsabilità, prima ancora che una scelta professionale: un impegno costante verso l’eccellenza, la consapevolezza e la qualità del coaching che offro ogni giorno.
Se dovessi descrivere questo Master con una sola parola, direi: spiazzante.
Mi ha fatta piangere. Mi ha tolto il sonno. Mi ha scombussolata da dentro in modi che non avevo previsto.
Ma mi ha anche liberata da una maschera che portavo da anni senza accorgermene davvero: quella di chi deve sempre avere tutto sotto controllo, capire tutto subito e gestire le emozioni in funzione dei risultati.
Oggi sono ufficialmente EQ Practitioner di Six Seconds, The Emotional Intelligence Network, e mentre ricevevo la certificazione mi sono resa conto che il vero traguardo non era quel titolo. Era il percorso fatto per arrivarci.
Come Coach evolutiva lavoro da tempo con un approccio che considera mente, corpo ed emozioni come parti inseparabili dell’esperienza umana.
Eppure, fino a pochi mesi fa, io stessa tendevo a vivere il mio mondo emotivo come qualcosa da gestire. Pensavo di conoscermi a fondo. Pensavo di avere una buona consapevolezza di me stessa. ma, guess what? Non era così.
Conoscevo molto bene il mio modo di ragionare. Molto meno il mio modo di sentire.
L’Intelligenza Emotiva non è teoria
Ho scelto di intraprendere questo viaggio nell’Intelligenza Emotiva perché desideravo ascoltarmi più in profondità e, allo stesso tempo, poter accompagnare i miei Coachee a fare lo stesso.
Credo fermamente che non possiamo affiancare gli altri in un percorso di consapevolezza senza essere disposti, noi per primi, a metterci in gioco.
Quello che mi ha davvero trasformata è stato sperimentare tutto su di me.
In questi mesi ho:
- allenato nuove competenze emotive;
- messo in discussione automatismi che consideravo normali;
- osservato le mie reazioni con occhi diversi;
- imparato a riconoscere segnali che prima ignoravo.
E ho capito, ancora una volta, che la crescita personale parte dalla conoscenza di sé.
Cosa porto oggi nel mio lavoro di Coach
Questo percorso mi lascia strumenti concreti che arricchiranno il mio lavoro con persone, team e organizzazioni. Ma mi lascia soprattutto una convinzione ancora più forte. Le emozioni non sono un elemento accessorio del lavoro o della vita: sono informazioni preziose.
Quando impariamo a leggerle, possono diventare il motore delle nostre scelte, delle nostre relazioni e della nostra leadership. Non ci allontanano dall’efficacia; al contrario, ci aiutano a prendere decisioni più consapevoli e a costruire connessioni più autentiche.
Per questo oggi sento ancora più importante promuovere un coaching che non si fermi al piano mentale, ma che integri anche corpo ed emozioni. Perché è spesso lì che emergono le risposte che la mente da sola fatica a trovare.
Elena